Come vivono la sessualità i disabili?

La qualità della nostra vita dipende anche dal rapporto che abbiamo con la sessualità. Ostacoli in questo senso possono portare infelicità e insoddisfazione. Questo è valido per ciascuno di noi. E anche per i disabili.

Del rapporto tra sessualità e disabilità si è discusso ieri in “Oltre i tabù”, un convegno per sensibilizzare la cittadinanza sul tema del benessere inclusivo per le persone con disabilità e per riflettere sulle barriere che ancora oggi ostacolano il rispetto dei bisogni e il soddisfacimento del benessere sessuale. L’evento è stato organizzato dalla Rete delle Organizzazioni Area Disabilità (Road) per affrontare un tema affetto così poco discusso da essere affetto anche da gravi carenze normative, come evidenziano Marilena Ciocia e Angelo Caldarola, responsabili della Road.

«È un tema che ci è difficile affrontare. Spesso pensiamo all’argomento della sessualità solo in funzione della genitorialità, non la giusta importanza a questo elemento della nostra vita. Necessita parlare di diritto alla sessualità ma, prima di tutto, all’autonomia» secondo il professor Giuseppe Elia, del Dipartimento di Scienze della formazione, psicologia, comunicazione dell’Università degli Studi di Bari.

Per Elia, sin dall’infanzia è importante fornire un’educazione sessuale che parta da famiglia e scuola, un’azione educativa, sociale e culturale: «Abbiamo fatto grandi passi avanti. Le famiglie fanno sempre più rete.

Ma siamo ancora in ritardo, soprattutto quando si affronta l’argomento della sessualità riferendosi ai cittadini disabili. Abbiamo la falsa interpretazione del disabile come asessuale. Ovviamente le persone disabili soffrono per le limitazioni, anche nella sfera sessuale, importante per la qualità della vita. Questo aspetto è spesso influenzato da come la famiglia accetta o rifiuta la sessualità del figlio. Spesso si tende a non rispondere alle domande dei figli. Ma così si costringono i bambini a cercare risposte altrove, su internet, su cui è difficile controllare».

«Il 30 percento dei clienti delle prostitute è costituito da disabili» continua Monsignor Francesco Savino, confermando la generale mancanza di coraggio nell’affrontare il discorso: «Più ignoriamo il problema, più continuiamo a non parlarne, più li costringiamo a rivolgersi a prostitute. Dobbiamo cambiare il modo di vedere la realtà. Basta con i pietismi. C’è bisogno di superare i tabù e la cultura del silenzio».

Ma, prima di tutto, c’è bisogno di affrontare il problema dell’accessibilità. Lo spiega lo psicologo e sessuologo Vincenzo Gesualdo, che ribadendo l’importanza dell’educazione sessuale sin dell’età infantile, per non lasciare tutto all’azione del web.

Ed è proprio sull’accessibilità che si sofferma Max Ulivieri, responsabile del comitato "LoveGiver" per l'assistenza sessuale nel nostro paese. Collegato via Skype, Ulivieri propone, tramite la sua associazione, l’introduzione della figura dell’assistente sessuale, «un operatore professionale (uomo o donna) con orientamento bisessuale, eterosessuale o omosessuale che deve avere delle caratteristiche psicofisiche e sessuali “sane”. Attraverso la sua professionalità supporta le persone diversamente abili a sperimentare l’erotismo e la sessualità».

«Se non si propongono altre strade per affrontare il problema, è normale che poi i genitori siano costretti a provvedere da solo o a portare il figlio da prostitute. Ci si adegua con i mezzi che si hanno a disposizione» sostiene Ulivieri invocando libertà di scelta: «Ad alcuni può non piacere la figura dell’assistente sessuale, ma non possono decidere a nome di tutti».


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