Paola Caronni, la vincitrice del Proverse Prize 2020 con 'Uncharted Waters'

Paola Caronni, la vincitrice del Proverse Prize 2020 con "Uncharted Waters"

Elisabetta Bagli intervista la scrittrice italiana Paola Caronni, da anni residente ad Hong Kong. Un dialogo che pone al centro la poesia, l'amore, l'esistenza

  • 25 gennaio 2022
  • Cultura
  • Elisabetta Bagli

Paola Caronni è una scrittrice italiana che vive da oltre vent’anni in Asia, risiedendo ora a Hong Kong, dove lavora come traduttrice, interprete e tutor della lingua italiana, e insegna scrittura creativa a un gruppo di profughi. Le sue poesie sono state pubblicate in varie antologie e riviste letterarie online. La sua ultima raccolta di poesie “Uncharted Waters” ha ricevuto una sovvenzione dall’Hong Kong Arts Development Council ed è uno dei due vincitori del Proverse Prize 2020.

La sua è una silloge poetica densa e significativa che ci porta ad attraversare le sue acque conosciute e quelle ancora inesplorate, facendoci riflettere sul senso della vita, sul viaggio che tutti noi intraprendiamo sin dal momento della nostra gestazione, e dal momento in cui nasciamo. Un viaggio che alimenta le nostre cellule vitali e permette loro di prosperare e crescere.

Ne abbiamo parlato direttamente con l'autrice.

L’acqua è vita e nei versi delle poesie di “Uncharted Waters” si sente tutto il fluire delle diverse acque e culture che ti appartengono. Ma l’acqua è anche annientamento, separazione, dolore. Per te cosa rappresenta l’Acqua?

Per me l’acqua rappresenta molte cose, tra le quali la separazione. Da qui il tema che – per quanto esplorati in lungo e in largo – gli oceani rimangano comunque acque non mappate, perché c’è l’insidia della separazione. Ma, pur tenendo presente la forza distruttiva dell’acqua, non vi vedo dolore o annientamento, piuttosto rinascita, grazie al suo movimento, al nutrimento che dà alla terra e a tutti gli organismi viventi. L’acqua per me è poi, a livello più intimo, palingenesi, rigenerazione spirituale.

La poesia è un elemento essenziale nella tua vita tanto che hai deciso di manifestare il tuo viaggio esistenziale attraverso questa forma di espressione. Come mai proprio la poesia?

Ho sempre amato la poesia fin da piccola, e ricordo benissimo la prima silloge che lessi a dodici anni, al di fuori del curriculum letterario scolastico. Mi avevano regalato ‘Parole’ di Jacques Prévert, con testo francese a fronte. Adoravo quel libro, e in particolare mi aveva incantata la poesia ‘Barbara’. Guarda caso, nella poesia c’è l’acqua, sotto forma di pioggia. In quel periodo ho cominciato a scrivere qualche semplice verso.

Poi ammetto di aver continuato a leggere e a ‘studiare’ la poesia, ma di non essermi cimentata con costanza nella composizione poetica per un bel po’.  Il mio sogno era di scrivere un libro di narrativa, e da lì nacque il desiderio di frequentare il Master in Creative Writing all’Università di Hong Kong, nel 2015. Durante il Master, abbiamo ovviamente anche trattato di poesia, e ho iniziato in quel periodo a frequentare i due circoli di poeti con i quali ci si ritrova tuttora ogni mercoledì, ‘Peel Street Poetry’ e ‘Outloud Hong Kong’. Ammetto che questi incontri mi hanno spinta a ricominciare a scrivere poesia con regolarità. E così ho abbandonato il mio romanzo nel cassetto.

 

Sei una poetessa italiana che scrive in inglese e avverte la profondità e le sfumature di questa meravigliosa lingua, nonché la difficoltà di scrivere in un’altra lingua, proprio come hai descritto nella poesia che dà il titolo alla silloge poetica “Uncharted Waters” (I grip vowels... / I grab consonants... / I hang on to floats...). Com’è la relazione con la tua lingua materna? Hai mai sentito qualcosa dentro di te che ti chiede di scrivere i versi in italiano? 

Ogni poesia che scrivo viene concepita in una delle due lingue per svilupparsi solo ed esclusivamente nella lingua prescelta. Non tramite traduzione, ma in un processo diretto. Vivendo a Hong Kong e frequentando poeti parlanti lingua inglese, ormai scrivo quasi esclusivamente in inglese, ma se mi trovo in Italia e qualcosa mi ispira a scrivere versi, in tal caso c’è un’alta probabilità che siano scritti in italiano.

Penso spesso a quanto la scrittrice americana di origini indiane, Jhumpa Lahiri, dice del suo scrivere in italiano. Lahiri trova che l’italiano sia per lei una lingua che le dà rifugio, che la fa sentire più libera e resiliente, permettendole di essere completamente distaccata dalle sue origini di americana nata in Inghilterra da genitori immigrati indiani, e dall’ ‘esilio linguistico’ delle due lingue con le quali è cresciuta: l’inglese di cui è madrelingua, e il Bengali, di cui è pure madrelingua, ma che non legge e scrive. Per me l’inglese, in realtà, non costituisce un rifugio, ma piuttosto una casa nella quale mi trovo bene, anche se non lontana da un affascinante e insidioso oceano. E l’italiano è al momento la casa delle vacanze, sempre pronta ad accogliermi anche se richiede che ogni tanto io apra le finestre per cambiare aria. 

Spesso si parla di poesia universale, soprattutto quando tratta argomenti che creano una sorta di legame e di empatia con il lettore. La tua, a mio avviso, va oltre e può considerarsi una poesia globale, perché spazia non solo in acque e territori dove hai vissuto – spesso descrivendone spaccati di vita – in cui vivi e che ancora devi esplorare, ma anche perché nei tuoi versi viene inglobato tutto ciò che noi siamo e tutto quel che abbiamo creato (‘man-made islands of hope’). Qual è l’emozione che prevale in te quando scrivi?

Prevale sempre la curiosità, oltre a un forte desiderio di giustizia: se un fatto, un luogo, una persona mi colpiscono particolarmente, sento subito che ne devo parlare, che l’emozione che è scaturita da questo ‘incontro’ – positiva o negativa che sia – deve essere liberata, riscattata, almeno sulla pagina. Riguardo alla curiosità, sono costantemente attratta da parole nuove, da processi, da concetti che scopro ogni giorno leggendo, e che – anche in questo caso –meritano la mia attenzione.

Non potevi non parlare di questo periodo oscuro che abbiamo vissuto e che, purtroppo, non è ancora finito in varie poesie quali: “No Time for Spoon River”, “We, Social Animals”... chiedendoti quale lezione trarremo dall’esperienza della pandemia (I wonder what lesson we’ll draw from this). Pensi che l’uomo, quando si è ritrovato solo con se stesso, a vivere come in gabbia, abbia saputo comprendere il suo essere mortale e abbia compreso che l’unica maniera per salvare se stesso e il mondo è cambiare il proprio atteggiamento verso il prossimo e l’ambiente che lo circonda? (Like panthers at the zoo/Forced to move around in a tiny space/Thinking of how to break free from the cage).

Si è molto parlato di quali effetti abbiano avuto pandemia e lockdown sull’uomo. Questa esperienza è servita a renderci migliori?  A condurci a una maggiore introspezione? O ci ha invece incattiviti? Imparare a stare da soli senza sentirsi soli, avere più tempo per sé e per guardarsi dentro è senz’altro qualcosa che si dovrebbe fare più spesso, e volentieri, anche se siamo ‘Social Animals’. Spero vivamente che la forzata solitudine abbia insegnato all’uomo ad avere maggiore rispetto per se stesso, per gli altri e per questa magnifica Terra in cui viviamo. Questa pandemia ha sicuramente messo in risalto la nostra resilienza e il nostro spirito di sopravvivenza, ma spero vivamente che sia anche servita – tuttora serva – a farci riflettere sulla nostra effimera condizione umana, e quindi si traduca in desiderio di ‘fare bene’.

Nella silloge oltre alle acque si trova spesso anche la parola amore, un amore inteso nella sua totalità, di qualsiasi genere e natura e questo concetto lo esprimi in modo incisivo nella poesia “Whatever Love, It’s Love”. Come il nostro Sommo Poeta pensi che l’amore possa davvero muovere ogni cosa?

Assolutamente, ma si deve innanzitutto partire con l’amore verso se stessi, per poi poterlo dare agli altri. Un’altra cosa che la pandemia ha portato è stato il proliferare dei corsi di Mindfulness, dapprima online, poi in presenza. E alla base di questi corsi c’è un concetto semplicissimo, di radice buddhista: ‘Loving Kindness’, dove – durante la pratica meditativa – innanzitutto si rivolge amore verso se stessi, e poi alle persone vicino a noi, e anche a chi per noi rappresenta un fastidioso ostacolo. Quindi, pensandola alla maniera di Dostoevskij, ‘la Bellezza salverà il mondo’, e la bellezza è amore, innanzitutto.

Nella poesia “Artemisia’s Sword” metti in rilievo la forza e la meraviglia dell’essere donna, facendo intuire le difficoltà che le donne hanno dovuto affrontare nei secoli per potersi affermare in un mondo fatto a misura d’uomo. Le condizioni femminili sono cambiate nel corso del tempo, tuttavia, alcuni episodi di cronaca confermano che, per certi versi, c’è ancora molto da fare. Quanto senti tua la condizione di donna in questa era moderna?

Mi ritengo personalmente, fortunata. Non ho mai subito discriminazioni in quanto donna né in famiglia, né durante il mio percorso lavorativo o di studio. Ho sempre creduto tantissimo nella forza delle donne, sostengo appieno mia figlia nel suo percorso di artista libera e itinerante, e qui a HK ho fatto parte per quindici anni del direttivo dell’Associazione Donne Italiane, un ente di beneficenza tutto al femminile che fa grandissime cose. Purtroppo, pur avendo fatto passi da gigante, c’è ancora moltissimo da fare per la causa femminile. E i fatti, anche in Italia, parlano chiaro. Tutto dovrebbe cominciare prestissimo, da quando si è in fasce. E deve cominciare da noi donne. Come nel caso di Artemisia Gentileschi, ci si deve sentire libere di perseguire i propri ideali, orgogliosamente e facendo sentire la propria voce, senza mai nutrire dubbi, senza mai scendere a compromessi.

Il futuro letterario di Paola Caronni cosa prevede? Puoi darci qualche anticipazione?

Di sicuro una seconda raccolta di poesie. Ho in mente parole e concetti non comuni da cui partire per poi sviluppare un tema. Sempre per soddisfare la curiosità di cui parlavamo sopra. E poi forse un giorno rimetterò anche mano al mio romanzo, mantenendo parte del canovaccio e alcune immagini legate al mio tanto amato Oriente, ma con la volontà di stravolgerlo e farlo rinascere in qualcosa di completamente diverso.

 

 


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