Presunta combine Picerno-Bitonto, le perplessità

  • 02 agosto 2020
  • Mario Sicolo

Mentre una cappa sinistra di silenzio presago va ammantando tutto l'ambiente neroverde e, altrove, quasi banchettano beffardamente festosi in attesa del corteo funebre nostro, cerchiamo di lumeggiare, carte alla mano, alcuni passaggi del documento firmato dal procuratori federali Gioacchino Tornatore e Giuseppe Chinè. Già, perché l'illecito sportivo congetturato che potrebbe aver condizionato il risultato finale di Picerno-Bitonto del 5 maggio 2019, valevole per l'ultima giornata di campionato del girone H di serie D, e terminata 3-2 per i padroni di casa, nella ricostruzione delle indagini portate avanti dalle autorità giudiziarie ha alcuni punti che non convincono. Innanzitutto, trattandosi di un atto di corruzione, dovrebbero essere contemplati un corruttore e un corrotto. Ora, al di là delle compagini coinvolte nell'ipotizzato accordo e dei nomi dei tesserati del Bitonto calcio, non vi è indicazione certa circa colui che dovrebbe aver corrisposto la somma pattuita al mediatore e ai calciatori. Sì, viene chiamato in causa il dirigente picernese Mirto, ex assistente arbitrale di valore internazionale, ma di certo non viene egli riconosciuto quale autore del gesto che costituisce reato. Inoltre, nel comunicato della procura della Federazione italiana gioco calcio, viene rinviato a giudizio il vicepresidente Francesco Rossiello, al quale viene addebitata, citiamo fra virgolette, la "richiesta di 500 euro come quota parte". E, qui, oltre alla cifra alquanto risibile per chiunque, sbalordisce ancor di più che a richiederla sia un imprenditore che, per realizzare un sogno così grande qual è il professionismo conquistato sul campo, ha compiuto sacrifici e rinunce - questi sì, verificabili in qualsiasi momento- che polverizzerebbero sia la sua molto presunta compartecipazione al pasticciaccio sia la quota eventualmente pretesa. Tra l'altro, particolare non di poco momento  il patron non è stato mai interrogato. Proseguiamo. Fra gli imputati ci sarebbe il barese Nico De Santis, che all'epoca dei fatti non era direttore generale, ma ancora un giocatore in forza alla rosa di mister Pizzulli.

Infine, non si comprende la ragione del coinvolgimento del segretario Paolo D'Aucelli, sicuramente citato in qualche conversazione intercettata, dal momento che mai nessuno chiamerebbe sè stesso con un soprannome, e per il resto tutt'altro che implicato nella storiaccia, tant'è che già dall'istruttoria non risulta aver percepito neppure un centesimo. Insomma, fidando sempre nel corso che farà l'italica giustizia anche solo calcistica, restano queste nebulose perplessità, che, se spiegate, potrebbero alleggerire la posizione della società, con tutto quello che ne potrebbe conseguire.


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